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Storie di rating e di QE

La notizia del declassamento da parte dell’agenzia Standard & Poor’s del rating sullo stato italiano chiude una settimana densa di avvenimenti molto significativi. Il rating italiano è sceso a BBB-, ultimo gradino sulla scala degli “investement grade”, sotto questo livello l’acquisto di un titolo di stato verrebbe considerato “junk bond”, in gergo “investimento speculativo”. L’aumento del grado di rischio di norma provocherebbe un calo dei prezzi dei nostri titoli ed un aumento del premio al rischio, un aumento del rendimento offerto. Invece solo nell’ultimo mese il BTP decennale è sceso da un rendimento del 2,36% all’1,97%. Da notare che oggi i titoli di stato italiani hanno un rendimento simile a paesi con rating massimo AAA, vedi Canada (1,977%), Norvegia (1,868%) e un rendimento più basso di paesi sempre AAA come Gran Bretagna (2,015%) e Australia (3,040%). I titoli con pari scadenza Usa con rating molto migliore del nostro (AA) sono prezzati di meno con un rendimento del 2.3%.

Una distorsione della percezione del rischio dovuta alla corsa all’acquisto dei nostri titoli di stato spiegabile probabilmente solo con l’aspettativa (speculativa) di un prossimo inizio del Quantitative Easing europeo da parte della BCE. Corsa che non è stata frenata neanche dalle parole caute di Mario Draghi che in settimana ha solo annunciato di essere pronto a intervenire in caso di necessità, posticipando a data da definirsi l’eventuale acquisto di titoli.

Ecco quindi spiegata la natura speculativa di questo rialzo che oggi porta grandi benefici alle casse dello stato (minore spesa per interessi) e qualche rischio per i risparmiatori (bassi rendimenti e calo dei prezzi in caso di rialzo dei tassi o mancato inizio del QE).

Gianni Di Noia