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Dopo l’Irlanda, l’Italia: tutto come previsto!

Ci siamo, l’avevamo detto a novembre osservando la crisi irlandese, presto la stessa sorte sarebbe toccata a noi, alla nostra Italia.

Preveggenti? No, chiunque avesse conoscenza delle regole del gioco poteva prevedere ciò che sarebbe successo. Eppure tutte quelle figure che per il loro ruolo dovrebbero conoscere bene le regole del gioco, non sono riuscite ad evitare questa drammatica situazione.

E’ lo stato delle cose a certificare che politici, bancari, esperti, tecnici, da una parte e dall’altra, o non hanno capito ciò che stava per accadere e di conseguenza dovrebbero ammettere i propri errori e lasciare ad altri il compito di condurci fuori da questa crisi oppure hanno scelto una strategia apparentemente incomprensibile e allora dovrebbero forse raccontarci cosa realmente hanno in mente.

Nell’era della moderna informazione, ci è stata raccontata la cronaca della crisi minuto per minuto, ma in questo vortice di notizie e di dibattiti, raramente la stampa è riuscita nel compito di far comprendere ciò che stava succedendo.

Anche qui, incapacità, impreparazione o deliberata scelta? In tutto questo caos quelle poche voci che in tempi non sospetti avevano lanciato il grido di allarme sono tutt’ora fuori dal gioco.

Il vero dramma sta nel fatto che a gestire la crisi siano gli stessi che ci hanno portato in questa situazione. Sia in Italia che in Europa che a livello mondiale. Molti potrebbero dire che questa è una crisi globale, imprevedibile, complessa, per dimensione, quantità dei paesi coinvolti, ecc.

Sicuramente, eppure gli errori commessi sono giganteschi, evidenti. Da anni i segnali di avvertimento erano macroscopici, anche relativamente semplici da capire. Ma la cosa più grave è che le ricette proposte per la soluzione dei problemi sono evidentemente impraticabili.

Sono tanti, troppi, gli aspetti di ordine tecnico pratico e di ordine etico e morale, che non stanno funzionando in questo sistema capitalistico e globalizzato in cui stiamo vivendo. Proviamo ad analizzare aspetti pratici di questa crisi.

Oggi in tutto il mondo, la rabbia della gente è rivolta contro i politici che sperperano il denaro pubblico, sotto accusa sono principalmente i debiti pubblici, e la soluzione proposta per tutti, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti è di aumentare le tasse e tagliare la spesa pubblica.

Ebbene dovremmo ricordarci che questa crisi è iniziata con il crollo dei mercati finanziari e delle banche mondiali. Gli stati hanno aggravato i loro conti pubblici per salvare il sistema bancario e i mercati dal fallimento. E come gratitudine lo stesso sistema finanziario non ha esitato a far partire la speculazione contro gli stati più deboli, vanificando i tentativi della politica di gestire la affrontare la situazione, se non addirittura accentuando la gravità della crisi.

E’ un dato di fatto che il debito pubblico (attraverso i titoli di stato) affidato nelle mani delle banche d’affari invece che in quelle dei risparmiatori, espone le politiche degli stati “sovrani” al tiro della speculazione finanziaria e dei mercati.

Il fatto che il fallimento di una banca debba essere salvata dallo stato, mentre la crisi di uno stato possa essere accentuata dalle scelte di una o più banche d’affari è la palese dimostrazione che è fallita l’idea che il mercato da solo possa autoregolarsi. Forse perché questi mercati non sono liberi? Esiste un mercato libero quando tutti i soggetti hanno libertà di scelta e di azione. Così come in natura la salvaguardia di una specie è regolata dalla selezione naturale, nel mercato i soggetti che falliscono devono uscire lasciando il posto ai soggetti sani. Se uno stato decide di salvare una banca sull’orlo del fallimento, abitua i risparmiatori a non preoccuparsi più della capacità del soggetto a cui affidare i propri soldi, tanto se va male scatta la garanzia dello stato; allo stesso tempo i responsabili della banca si sentiranno tranquilli di continuare pratiche pericolose visto che il costo del rischio lo paga qualcun’altro. Lo stesso dicasi per un azienda.

Con queste politiche di salvataggio i danni all’economia reale sono così ben superiori al costo del fallimento stesso. Non è più tollerabile che l’economia reale dipenda dalla finanza, in una condizione che diventa di ricatto. Un altro aspetto pratico. Una volta le banche commerciali tradizionali raccoglievano il denaro dai risparmiatori e lo usavano per finanziare attività produttive, privati, economia reale.

La selezione fatta dalla banca faceva si che con i risparmi raccolti dai correntisti venissero finanziati solo progetti che potessero realmente dare un ritorno economico e questo contribuiva a far crescere l’economia. Da anni oramai le banche finanziano qualsiasi assurdità perché subito dopo trasformano il credito in uno strumento finanziario, lo collocano sui mercati finanziari, trasferendo ad altri il rischio.

Questo sistema di trasferimento del rischio ha alimentato lo sviluppo di strumenti finanziari chiamati derivati. Scambiati su mercati spesso non regolamentati o con regole molto più libere; a furia di scaricare il rischio ad altri, la quantità di derivati in circolazione è diventata otto volte superiore al Pil mondiale. Una quantità di carta, di strumenti virtuali che stanno schiacciando l’economia reale. Ricordiamo tutti che a far scoppiare la crisi furono in America i famosi mutui sub-prime, mutui erogati a persone con basso reddito, che in condizioni normali avrebbero potuto accedere a finanziamenti, mutui che appena erogati venivano trasformati in strumenti finanziari derivati, venduti a banche virtuali (che li acquistavano utilizzando i depositi dei loro clienti) o fondi speculativi. Quando la gente non è più riuscita a pagare le rate di mutuo, sono saltati prima i derivati, poi le banche che li avevano in deposito. I guadagni fatti dalle banche d’affari con questi derivati spingevano alla creazione di finanziamenti a qualsiasi costo. Senza contare che l’emissione di credito (finanziamento) per l’altra parte è crescita del debito. Pur di creare strumenti derivati qualcuno è arrivato a proporre l’acquisto di prodotti con finanziamenti a tasso reale negativo? Pago a rate 990 ciò che compro a 1000.

Con i derivati tutto ciò era possibile. Bene, dopo la crisi del 2007 invece che diminuire, la quantità di derivati in circolazione è addirittura aumentata, senza che si sia pensato ad una diversa regolamentazione che impedisca il ripetersi di certe storture.

Ancora un aspetto pratico: ad oggi il livello di indebitamento di privati, aziende, stati, è talmente alto da non poter essere aumentato ulteriormente, perché il debito cresce più dell’economia reale.

In Europa le soluzioni proposte per aiutare i paesi più indebitati quali sono state? Fondo Salva Stati o EuroBond, ciò il prestito di altri soldi, nuovo debito, ma solo a quegli stati che tagliano le spese e vendono le migliori attività produttive pubbliche ai privati (privatizzazioni a prezzi stracciati in piena crisi). Tutto ciò dando per scontato che il mercato sia più capace dello stato a far crescere l’economia.

Bene, nel 2008 e 2009 quante banche ed aziende sarebbero fallite senza gli aiuti degli stati? La storia recente ci ha dimostrato che non è detto che il mercato sia più capace dello stato. Questo perché? Perché la finanza ha fatto perdere di vista il valore della produzione, della capacità di realizzare, di costruire. In America ad esempio la General Motors aveva creato una banca che finanziava l’acquisto delle sue vetture, era arrivata ad essere il settimo istituto bancario americano in borsa. General Motors guadagnava più dal prestito fatto al cliente che dalla vendita della vettura (sempre utilizzando i derivati). Ancora oggi provate in un concessionario a chiedere lo sconto pagando l’auto in contanti… Bene, che fine ha fatto la General Motors? Per quale motivo? Forse perché credevano inutile sprecare risorse ed investimenti per fare auto di qualità, se il guadagno maggiore arrivava dai finanziamenti per l’acquisto delle macchine con molta meno fatica? Ha senso tutto ciò?

Ancora un aspetto pratico: è stato chiesto all’Italia di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, è stato chiesto da due paesi (Francia e Germania) che hanno un deficit maggiore del nostro. Ha senso? No, in una situazione di crisi francesi e tedeschi hanno aumentato la spesa pubblica (a deficit) per far ripartire l’economia. Superando i parametri imposti dall’Europa.

Impedire ad un paese di aumentare la spesa in tempo di crisi e consentirlo ad altri, significa condannare il primo a recessione sicura.

Piuttosto il problema andrebbe posto sul vincolare la spesa a investimenti strutturali, ricerca scientifica, che consentano una ripresa ed uno sviluppo economico. Ma di questo in Europa non si parla.

Come fare a invertire la dipendenza dell’economia dal predominio della finanza? Sicuramente oltre al cambiamento della classe politica occorrerebbe un cambiamento della classe imprenditrice ma specialmente un cambiamento delle regole dei mercati finanziari.

Perché senza un equilibrio di forze tra politica, imprenditoria e finanza, non esiste mercato libero. Come correggere praticamente questi evidenti problemi strutturali? Alcune ricette sono molto semplici, ed hanno già dimostrato di funzionare ad esempio nella crisi bancaria svedese del 1989-1990.

Una prima possibilità è quella di separare le banche d’affari dalle banche commerciali. Questa separazione consentirebbe a me privato cittadino di scegliere a chi affidare i miei soldi di privato cittadino. Potrei decidere di versarli in una banca che li utilizzi solo per finanziare attività produttive o altri privati cittadini. Nessuna speculazione finanziaria.

Potrei decidere di investirli in una banca d’affari o in un azienda in borsa, e lo farei consapevole dei rischi che potrei correre ma anche delle opportunità di guadagno. Potrei decidere di affidarli allo stato sapendo che l’acquisto di titoli di stato da parte mia finanzierebbe solo servizi pubblici e progetti per lo sviluppo del paese.

Altra possibilità: regolamentare la diffusione e l’utilizzo di strumenti finanziari derivati solo a soggetti abilitati, realmente consapevoli dei rischi ed opportunità relativi al loro utilizzo. Tali strumenti non dovrebbero in alcun modo, ne direttamente ne indirettamente, arrivare ad essere detenuti da soggetti con profili di rischio basso.

Non è possibile che la massa di strumenti derivati superi l’economia reale. Utopia? No, se considerassimo anche quegli aspetti morali che saranno oggetto del prossimo articolo.

Gianni Di Noia

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