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Una manovra da 46 mld di Euro? O una da 900 mld in 20 anni?

Siamo inondati da numeri, statistiche, cifre buttate in pasto al pubblico, spesso in modo da non farci capire niente, e allora proviamo a ragionare con poca “scienza” e un po’ di buon senso. Facciamo i cosiddetti conti della serva. L’ultima notizia è che occorre una manovra finanziaria correttiva da 46 mld di Euro. Traduzione. Il ragionamento è semplice: l’Unione Europea chiede che i paesi membri raggiungano entro il 2036 un rapporto debito/Pil massimo del 60%. Per far questo i paesi che attualmente spendono più di quanto incassano (deficit di bilancio) devono raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2016 tagliando la spesa pubblica, attraverso piani di privatizzazioni e politiche di sviluppo.

Quali sono i numeri per l’Italia?

– abbiamo un Pil pari a 1.547 mld, vuol dire che il livello massimo di debito pubblico accettato dall’Unione Europea è di 928 mld (60% di 1.547).

– abbiamo un debito pubblico di 1.900 mld

– abbiamo un deficit annuo di 80 mld, in pratica lo Stato spende 80 mld in più di quanto incassa.

Ipotizziamo ora una crescita del Pil all’1% pari a circa 15 mld all’anno.

Con questi numeri vuol dire che per raggiungere entro il 2016 il pareggio di bilancio tagliare la spesa di circa 15 mld l’anno, ma siccome il governo si è impegnato a raggiungere il pareggio con due anni di anticipo nel 2014 (per affrontare l’impegno del fondo salva stati) i tagli dovrebbero essere di 20 mld l’anno.

Giusto per chiarezza, l’impegno nel fondo salva stati significa che nel fondo dal 2014 dovremo metterci soldi veri e non garanzie come finora fatto.

Raggiunto, nel 2014 o 2016 che sia, il pareggio di bilancio e ipotizzando il Pil nel 2036 a 2.000 mld di Euro, dobbiamo ridurre il debito dai 1.900 mld attuali a 1.200 (60% di 2.000) mld in 20 anni. 700 mld in meno (cioè 35 mld l’anno).

Sempre che non salgano i tassi d’interesse dei titoli di stato italiani, sempre che riducendo la spesa pubblica il Pil riesca a crescere, sempre che non scoppi un’altra crisi, sempre che…

Come fare? In molti dicono che bisognerebbe investire per far partire l’economia, politiche per lo sviluppo, cose che abitualmente si realizzano attraverso un aumento della spesa pubblica, ma non è detto che funzioni. Ad esempio in questa crisi gli Stati Uniti per rilanciare l’economia hanno dilatato la spesa pubblica ma l’economia non è ripartita. Crescono solo i guadagni del mondo finanziario, mentre i posti di lavoro non stanno aumentando. La ricetta è stata finora fallimentare, ed ora si trovano con un debito pubblico oltre il tetto massimo stabilito per legge e quindi teoricamente in default. In realtà alzeranno il tetto massimo di debito finché qualcun altro dopo i cinesi smetterà di comprare i loro titoli di stato.

I tedeschi sono riusciti a far ripartire l’economia, il loro Pil cresce al 3,4% annuo, ma a che prezzo? Semplice il loro debito pubblico è salito di circa 100 mld in tre anni (dal 65% al 77% del Pil). E sono comunque in difficoltà, basta vedere come il popolo tedesco ha ringraziato la Merkel in tutte le ultime consultazioni elettorali. Ne valeva la pena?

In ogni caso, la situazione dell’Italia non consente di aumentare il debito per far crescere l’economia, ma anche se potessimo farlo, in poche occasioni ci è riuscito di far crescere il Pil in misura maggiore rispetto al debito. Aumento della spesa pubblica e politiche di sviluppo sono finora storicamente fallite.

Allora non sarà forse il caso di smettere di prendere in giro cittadini e lavoratori con fantomatiche politiche di sviluppo o di recupero di evasione e cominciare a dire che come in qualunque famiglia sana in una situazione di difficoltà bisogna fare di necessità virtù. Si tagliano le spese inutili e si stabiliscono nuove priorità.

In Italia finora quando c’era da tagliare si sono colpite le fasce più facili da colpire, il mondo dei lavoratori dipendenti, mentre si continua lo sperpero, lo spreco di risorse pubbliche ed il malaffare. Ma ci sono necessità, servizi, prestazioni essenziali che non possono essere ulteriormente tagliate, anzi occorre recuperare quei livelli di servizi essenziali per la dignità ed il rispetto delle persone, che lo Stato ha già abbandonato a favore del mercato.

Come? Se non puoi indebitarti ulteriormente devi spendere solo i soldi che ci sono in cassa! Una cura drastica che costringerebbe tutti a comportamenti virtuosi, saremmo costretti non a valutare la capacità di spesa quanto la capacità di efficienza e di risparmio.

E’ sicuramente un cambio epocale di mentalità, per tutti, politici, sindacati, cittadini. Un sacrificio da affrontare in ogni caso. C’è solo da decidere se il cambiamento lo vogliamo gestire, o lo vogliamo subire. Pensare di poterci indebitare all’infinito, di continuare a consumare all’infinito è stupido, folle e suicida.

Ad oggi il cambiamento è invocato solo dalla Chiesa e da pochi economisti definiti dai più come catastrofisti. Chi sarà a dare il via al dibattito sul nuovo modello di sviluppo? Di certo non saranno coloro che in questa situazione ci hanno trascinato. Per questo occorre che il cambiamento parta prima dalla base della società che finora si è colpevolmente cullata sulla delega cieca a chi questa delega ha sistematicamente tradito. Ricordate Giorgio Gaber? “La libertà è partecipazione…”

PS. Continuano le proteste delle popolazioni che rifiutano gli aiuti agli stati e le proteste delle popolazioni che dovrebbero pagare gli aiuti. E le coincidenze temporali di certi giudizi sugli stati sanno molto di “pressione pesante”. Ricordate l’articolo sulla crisi irlandese?

Gianni Di Noia

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