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Crisi irlandese. 3° parte

Continua il racconto horror di questa crisi.

I fatti rilevanti di questi ultimi giorni sono quelli riguardanti le rivolte nordafricane, le elezioni irlandesi e le tensioni su titoli di stato e banche europee.

Le tensioni nordafricane hanno creato timori circa le forniture di gas e petrolio ai paesi europei, tensioni mitigate dal fatto che l’Arabia Saudita si è detta pronta ad aumentare la capacità estrattiva di petrolio per sopperire ad eventuali interruzioni di forniture libiche. Nonostante questo il petrolio è salito notevolmente.

In Irlanda come era prevedibile (vedi articolo “Crisi irlandese: seconda parte” del 25 febbraio) le elezioni sono state vinte dal partito Finn Gael, il nuovo primo ministro Enda Kenny ha già detto che chiederà all’Unione Europea di rivedere le condizioni degli aiuti ricevuti, per abbassare il tasso d’interesse che l’Irlanda è costretta a pagare.

Per quanto riguarda i titoli di stato europei, in questi giorni sono ricominciate le tensioni sui titoli di Grecia, Portogallo, Spagna e un po’ anche sui titoli italiani, le aste dei titoli portoghesi hanno visto salire i rendimenti di quasi due punti percentuali rispetto alle precedenti, chiaro segnale di un rischio paese più alto. Moody’s inoltre ha tagliato il rating della Spagna e stessa sorte è toccata a 6 banche greche.

Cosa potrebbe aver provocato un peggioramento così repentino delle valutazioni di questi paesi rispetto a qualche tempo fa? La crisi libica? Forse, comunque una causa esterna. Ma in Grecia, Portogallo, Spagna Italia non è successo nulla che possa far pensare che il loro stato di crisi sia peggiorato rispetto a prima.

Proviamo a dare una risposta analizzando meglio alcuni dati e collegandoli tra loro.

Il prezzo del petrolio è salito molto negli ultimi giorni ma comunque era in un trend di rialzo già da 2-3 anni. Oltretutto l’andamento dell’Euro ne ha in parte mitigato gli effetti. Rispetto al luglio 2008 dove ad esempio il Crude Oil aveva raggiunto (calcolato in Euro) il prezzo massimo di 92,59 €, oggi lo stesso Crude Oil calcolato in Euro costa 75,97 €, un buon 19% in meno. Bene, come mai allora il prezzo medio della benzina (fonte:www.prezzibenzina.it) è passato dall’1,550 del 14 luglio 2008 all’1,567 di oggi? Il petrolio costa meno e la benzina costa di più!!! Speculazione direte voi, ma in realtà la maggior parte del costo della benzina lo incassa lo Stato per tasse, il che significa che lo Stato sta aumentando le entrate fiscali e questo fa bene alle casse statali. E allora perché i mercati sono più preoccupati per la tenuta del debito pubblico?

Azzardiamo una risposta? Il rialzo delle materie prime (non solo il petrolio ma anche grano, cotone, rame, ecc.) sta facendo salire l’inflazione. La Banca Centrale interverrà ad aumentare i tassi d’interesse nella speranza che aumentando il costo del denaro, si fa circolare meno liquidità e si tiene sotto controllo l’inflazione. Se però sale il costo del denaro si frena la crescita dell’economia e si aumenta il costo che gli stati devono pagare per finanziare il loro debito. Fin qui la teoria economica. Ma in pratica, in tutta Europa le economie sono ferme, solo la Germania va meglio delle altre, il pericolo inflazione c’è solo in Germania, mentre il rialzo dei tassi d’interesse creerà problemi alla crescita economica in tutto il resto d’Europa. Senza contare che il rialzo del prezzo delle materie prime è in questo caso essenzialmente speculativo (dovuto ai mercati finanziari) non è certo dovuto ad un aumento della richiesta.

Ecco perché sono aumentati i timori sul debito dei cosiddetti PIIGS. La BCE poi ha solo annunciato che aumenterà i tassi, ma i danni per i paesi deboli si sono già materializzati. Se le cose stanno così, la speculazione chi la starebbe facendo, i mercati finanziari o la BCE?

A questo punto pongo un quesito che riguarda anche il sindacato come istituzione di tutela dei lavoratori. Per calmierare il rialzo del prezzo della benzina lo Stato potrebbe intervenire introducendo una aliquota Iva che diminuisce in caso di aumento del prezzo e aumenta in caso di discesa del prezzo. In questo modo lo Stato manterrebbe costante l’entrata fiscale prevista evitando di addossare il peso alle famiglie ed alle imprese. Ha senso continuare a fare battaglie e lotte sindacali per ottenere aumenti salariali che anche se ottenuti sono vanificati dagli aumenti “invisibili” di tasse tipo aumento del prezzo della benzina? Non sarà il caso di introdurre forme di lotte volte alla tutela del potere d’acquisto reale delle famiglie?

Gianni Di Noia

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