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Crisi irlandese. 2° parte

Ci eravamo lasciati a novembre parlando della crisi irlandese, analizzando i comportamenti del governo irlandese, dell’Unione Europea, degli speculatori e proponendo un parallelismo con la situazione degli altri paesi europei compreso il nostro, l’Italia.

A distanza di quasi tre mesi siamo tutti impegnati a seguire la drammatica situazione nordafricana con stupore e sorpresa. Infatti a furia di parlare di debito pubblico, speculazione, oro, euro/dollaro, ecc… non si è dato ascolto ai ripetuti allarmi lanciati da Fao ed altre organizzazioni internazionali circa l’effetto che l’aumento del prezzo dei generi alimentari avrebbe provocato nei paesi in via di sviluppo.

Tutti a dire che quanto sta accadendo era imprevedibile, dissero lo stesso della crisi del 2007. Eppure alcuni economisti avevano lanciato segnali d’allarme in anticipo, alcuni gestori di fondi internazionali avevano previsto la crescita dei prezzi sui mercati mondiali consigliando di investire su certi mercati. Ieri cassandre oggi profeti? Purtroppo siamo forse abituati a vedere solo ciò su cui i media decidono di accendere i riflettori, ma la realtà esiste anche laddove la luce è spenta.

Oggi mentre tutte i fari sono puntati sul Nordafrica, provo ad accendere una lampadina su di una situazione a noi più vicina: ancora l’Irlanda, dove si svolgono oggi le elezioni anticipate causate dalle proteste popolari che addossavano al governo le colpe della crisi del paese ed esplose dopo l’accettazione del piano di aiuti di Fondo Monetario Internazionale ed Unione Europea. “Strana gratitudine” di un popolo che vorrebbe rifiutare gli aiuti internazionali e mandare a casa quei politici che prima hanno lasciato scoppiare la crisi e poi hanno trovato soluzioni che “chissà perché” la gente proprio non vuol capire: taglio della spesa pubblica ed aumento delle tasse.

Perché sono importanti queste elezioni? Per tanti motivi. Se il risultato delle elezioni portasse ad un cambio del partito al governo, avremmo un esempio di una popolazione che chiede conto ai suoi governanti degli errori commessi, segno di un popolo civile. Se il nuovo governo volesse rinegoziare o addirittura rifiutare gli aiuti internazionali, sarebbe un segnale importantissimo: se un piano di aiuti per un paese piccolo come l’Irlanda fosse rifiutato dalla popolazione figuriamoci cosa potrebbe succedere per piani più pesanti per paesi come Spagna e Italia. Probabilmente tutto il piano di stabilità europea andrebbe rivisto. Potrebbe inserirsi il concetto che il costo del salvataggio delle banche e dei mercati non può essere solo a carico delle nazioni. A questo riguardo pochi forse sanno che qualche giorno fa il governo danese ha nazionalizzato una piccola banca solo dopo il suo fallimento, in pratica ha garantito i depositi bancari solo fino a 100.000 €, chi aveva soldi in più li ha persi.

Tutto questo riguarda noi anche perché l’esempio irlandese ci dice che le politiche internazionali (e ancor prima quelle nazionali) devono essere al servizio della popolazione che non può pagare sempre e soltanto le colpe altrui. E se un popolo civile si sente colpito dagli aiuti invece che sostenuto, ha la possibilità di esprimere democraticamente il suo dissenso e far esercitare la volontà popolare a coloro che hanno delegato a rappresentarli nelle sedi istituzionali. Se la popolazione esprimerà invece approvazione a quanto finora svolto dal governo sarà comunque un segno di civiltà.

Cosa accadrà in un futuro prossimo, molto prossimo, negli altri civilissimi paesi occidentali colpiti dalla crisi? Un popolo che non reagisca in alcun modo a questo stato di crisi esprimerebbe una civiltà morta, incancrenita. Un popolo che non trovasse espressione democratica alle sue giuste aspirazioni, rischierebbe prima o poi di sfogare le sue proteste in maniera violenta. Sta già succedendo e non parlo del nordafrica tribale, quanto per esempio della Grecia, a noi certamente più vicina geograficamente e culturalmente, sempre sotto le luci dimesse e soffuse dell’informazione.

A tutto ciò avremo presto risposta, entro aprile l’Unione Europea dovrà definire i criteri e i piani di rientro del debito pubblico dei singoli paesi nei parametri di Maastricht e le relative sanzioni.

Staremo a vedere

Gianni Di Noia

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