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Il mio 1° maggio e Adriano Olivetti

Riflettevo in questi giorni sul senso del 1° maggio, la festa del lavoro o dei lavoratori, scegliete voi, specialmente alla luce della situazione economica attuale e delle polemiche degli ultimi tempi.

Sono rapidamente giunto alla conclusione che il problema non è tanto sull’opportunità di festeggiare il 1° maggio quanto sulla modalità.

Dovrebbe essere un momento di riflessione, di incontro, di scambio di idee, perché incontrandosi, scambiandosi idee, esperienze vissute, i lavoratori potrebbero aiutarsi reciprocamente.

Non mi sembra sia più così da tempo.

Nell’era della comunicazione globale, circolano informazioni tra le più disparate ma non c’è crescita culturale. Nei comizi si parla dalla tribuna ma ho la sensazione che si dicano sempre le stesse cose dette a persone che sanno di stare a sentire sempre le stesse cose.

E’ stato fatto recentemente su questo sito un importante richiamo alla necessità di riscoprire il valore dell’impegno politico e sociale. Un richiamo giusto e importante che necessita di una risposta altrettanto importante da parte della cosiddetta società civile. Occorrono istituzioni che favoriscano l’ingresso di nuove persone, e persone disposte a mettersi in gioco per il raggiungimento del fine del bene comune.

Non mi sembra di vedere molte novità. Specialmente se le nuove iniziative vengono bollate come antipolitica. Ma allora come considerare i think tank che arrivano al governo per realizzare politiche che gli elettori di destra e sinistra avevano bocciato durante le elezioni?

Da tempo penso che se il mondo è cambiato, il potere ha cambiato ed aggiornato rapidamente le modalità di esercizio della sua forza ma non la sostanza del suo fine. Allora anche la rappresentanza dei lavoratori deve cambiare nelle modalità di esercizio del suo compito perché siano più rispondenti ed efficaci verso i diritti dei lavoratori. Ed onestamente dopo il resoconto della giornata di ieri con le tensioni nelle varie città e con alcune squallide esibizioni viste a Roma durante il concertone, che nulla hanno a che vedere con la festa dei lavoratori, sia giunto il momento di ripensare qualcosa. Quanto visto non ha veramente più senso.

Io nel mio piccolo, dopo aver dedicato il mio tempo libero alla famiglia, mi sono ritagliato un piccolo spazio per onorare il 1° maggio a modo mio e mi sono rivisto un documentario molto interessante sulla figura di Adriano Olivetti.

Chi era Adriano Olivetti lo ricordano in pochi e forse i più vecchi d’età, e già questo dà l’idea del livello culturale di questo paese. Adriano Olivetti è stato un imprenditore che aveva fatto crescere e sviluppare l’azienda di famiglia basandosi su dei valori inderogabili. Ha pensato lo sviluppo dell’Olivetti come un azienda che perseguisse la crescita degli utili così come la crescita culturale e sociale dei suoi lavoratori.

Non solo a parole ma con fatti concreti: i luoghi di lavoro, gli orari, le condizioni lavorative erano tali da mettere il lavoratore nelle migliori condizioni possibili. E i lavoratori avevano ripagato queste condizioni con risultati che portarono l’Olivetti ad essere una delle più importanti aziende del mondo nel settore elettronico negli anni ’60, partendo dal disastro della seconda guerra mondiale.

Volendo fare un paragone che forse aiuta i giovani di oggi, possiamo pensare ad Adriano Olivetti come lo Steve Jobs dei nostri tempi, con la differenza che la Apple produce i suoi prodotti in Cina con condizioni lavorative degli operai quantomeno discutibili, la Olivetti produceva i suoi calcolatori in Italia nel più assoluto rispetto delle condizioni lavorative dei suoi uomini e donne.

Era un uomo che guardava al futuro e per farlo si attorniava di uomini e donne che avessero la sua stessa capacità visionaria: economisti, tecnici, ingegneri, architetti, filosofi, semplici lavoratori. Le migliori menti unite nel cercare di realizzare un successo per tutti.

Questo patrimonio di menti e di valori di quella Olivetti non c’è più, affossato da una mancanza di volontà di sostenere politicamente e finanziariamente un modello imprenditoriale che forse era troppo scomodo in Italia e fuori Italia, da chi ha preferito portare avanti logiche di mantenimento di posizioni di comodo basate più sullo scontro di interessi diversi che sull’incontro. Il mondo politico, finanziario ed anche sindacale credo abbia troppo facilmente voluto dimenticare quella grande esperienza che oggi invece sarebbe per noi fondamentale.

Così ho vissuto una parte del mio 1° maggio. Omaggiando un grande visionario che trattava i suoi lavoratori come uomini e donne da far partecipare alla costruzione del progetto d’impresa. Un modello da riscoprire oggi anche per rispetto di tutti quegli imprenditori che si sono suicidati in questi anni non solo per la crisi delle loro aziende ma per la crisi dei loro dipendenti.

A presto

Gianni Di Noia

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